Il fragore continuo, il sordo eco dell’acqua scoabordare e schiantarsi contro gli scogli del molo, dei sassi irregolari e spigolosi del frangiflutti. Lo smussato continuo soffiare di un freddo vendo da nord-ovest che picchia e soffia sulla pelle, impallidita da quell’aria prepotente.
E poi le onde, che con la loro schiuma di latte arrivano ai piedi crepitando e frizzando, lanciando spruzzi nell’aria agitata, sembrano volere arrivare a te e a portarti con loro nell’immensità dell’abisso.
E allora puoi dire di avere sentito la voce del mare: un urlo muto, profondo come la tenebra e sommo come se toccass le nubi più alte. Una voce concreta, eppure impalpabile, eterea e misticamente reale; un eco di un tempo passato che parla di ora e di domani e che ti chiama e ti domanda, ma poco risponde. Cresce prorompente e fragorosa al largo e poi si spegne per un attimo, assorbita dai minuscoli granelli di sabbia perlacea, ed ecco che immancabilmente torna a scaturire dalle fosse dimenticate dell’oceano e sale su nella notte quale pianto di gioia o malinconica canzone.
E allora puoi dire di avere sentito la voce del mare.




