The Pianist
Uno.. su 88..
Era solo uno e sapeva fare solo una cosa: suonare una sola nota.
Non proprio il massimo per uno che era nato e che aveva vissuto in mezzo a spartiti, note, sonate e fughe. Eppure quella nota la sapeva suonare proprio bene! Lo dicevano tutti.
- Quell’entrata in mi bemolle è stata fantastica! - aveva commentato una sera il direttore del Conservatorio, e non ci fu bisogno di aggiungere altro.
Il successo non gli mancava, il nome nemmeno e più volte aveva suonato in teatri e sale diverse. Una volta aveva pesino inciso un disco, finché, una mattina di gennaio, decise di smettere di suonare.
E allora ci fu scompiglio ovunque: chi se ne accorse lo disse subito agli altri musicisti, i quali dapprima non diedero minimo risalto alla notizia che era come acqua fresca d’estate. Ma quando a turno andarono e sentirono il silenzio che rimaneva e riempiva l’immenso auditorium proprio quando lui doveva suonare la sua magica nota si incupirono e si resero conto del problema. Aveva deciso di smettere di fare quello che sapeva fare meglio di ogni altro e di chiudersi in un malinconico mutismo. E proprio quella sera avrebbe dovuto suonare assieme all’orchestra più famosa del paese.
Ma nessuno se ne interessava, oppure non avrebbe saputo da dove cominciare.
Finché tra la folla uscì un piccolo ometto con un cappello nero e un impermeabile marrone con le toppe sui gomiti.
Si avvicinò e chiese gentilmente ai presenti di lasciarli soli.
- Perché non vuoi suonare? - E con queste parole cominciò il loro colloquio che durò appena una mezz’ora.
La sera la sala era piena di gente di ogni estrazione: c’era chi portava vestiti firmati, c’era chi leggeva con attenzione il programma del concerto puntualizzando col vicino che gli era parso azzardato accostare un Kachaturian ad una fuga di Bach, c’era chi era entrato solo per difendersi dalla pioggia.
A quel punto entrò il pianista, in smoking e giacca a doppia coda e si portò al centro del palco.
L’applauso accompagnò l’inchino, dopodiché le luci si affievolirono piano piano fino a quando restò soltanto un timido riflettore ad illuminare la tastiera e metà del viso dell’artista.
Ci fu un istante di silenzio che parve un anno, quand’ecco il più bel mi bemolle mai suonato prima. Il più puro, il più cristallino! Aveva suonato.
Lui, un piccolo tasto. In mezzo ad una tastiera di 88 fratelli.
Spesso quando perdiamo una cosa dapprima non ce ne accorgiamo; in fondo ce ne sono tante altre. Ma col passare del tempo ci rendiamo conto di una cosa: ci sono musiche che non si potranno mai suonare senza di lei. E allora non sappiamo cosa fare, cerchiamo le cause, studiamo i rimedi, ma a volte è il caso di fermarsi per un attimo, una mezz’oretta, e vedere che alla base di tutto c’è una semplice rottura, ma le cui conseguenze si sono estese. Una volta arrivati qua, se da entrambe le parti c’è la voglia, è facile ricominciare. E i suoni saranno il doppio più belli.